CHI TENE A MAMMA E’ RICCHE E NUN O’ SAPE!

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Carissimi fedeli,

oggi sento di cominciare con la citazione di questo capoverso della commovente composizione di Salvatore Di Giacomo, dedicata a ogni mamma, la paginetta di questa quarta domenica di Pasqua, che corrisponde anche alla 57° giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Il verso citato sembra richiamarci al dovere di essere riconoscenti verso la mamma, in quanto consapevoli dell’immenso tesoro di cui disponiamo, quando tra i primi affetti umani abbiamo su questa terra quello di una mamma. Un santo vecchietto della mia parrocchia molto spesso mi salutava con questa frase, quando dopo la S. Messa lo accompagnavo a casa, e di certo lui non si riferiva soltanto alla sua mamma, ma anche alla Grazia di godere della disponibilità e del servizio di un sacerdote per la sua vita spirituale e per il suo cammino di santificazione e di avvicinamento al Regno di Dio.

Una delle immagini del Concilio Vaticano II sulla Chiesa è quella della casa, la Chiesa-casa: quindi così come ogni casa, degna di questo nome, ha una mamma che la governa e la serve, allo stesso modo anche la casa-Chiesa ha una mamma e tante mamme che si onorano di servirLa, i pastori. Don Luigi (potreste giustamente obiettarmi voi a questo punto), ma scrivendo questo non rischi un pochino di generare equivoci sul piano della identità stessa dei sacerdoti e nello stesso tempo di sottolineare soltanto gli aspetti di tenerezza e dolcezza, che non possono essere gli unici “colori” del governo pastorale della Chiesa? Sì, sono cosciente del pericolo, ma io penso anche, sinceramente, di scrivere a persone adulte e mature e nello stesso tempo quindi presuppongo che tutti ad una donna e a una mamma non riconosciamo solo tratti umani di debolezza, anzi…. Io sento come un onore quello che il ministero del sacerdote sia equiparato a quello di una mamma in una casa: volesse il cielo che anche il mio assomigliasse almeno un poco alla prontezza di quel servizio, che tutti riconosciamo, grati, alle mamme, anche spirituali. Ma oggi il Signore Gesù Cristo, nella parola del Vangelo, a noi pastori, per essere tali, chiede innanzitutto una condizione di fondo, che è quella di passare per la porta, che poi è Lui stesso: in seguito infatti così si autodefinirà.

Adesso, di primo acchito, non mi interessa tanto pensare se la porta sia stretta o larga, ma solo mettermi in fila con tutti i miei confratelli, perché io non faccia e non pensi nulla del mio servizio nella Chiesa senza prima essermi sforzato di passare per quella Porta, cioè senza che prima io, come pastore, non abbia cercato di confrontarmi con il Signore in un dialogo-confronto serrato, bello e anche faticoso. Alla luce di esso è inesorabile che io deponga tutte le mie “armi”; cioè abbandoni e lasci perdere scelte, parole e atteggiamenti che mettono al centro me, che pongono solo la mia persona in evidenza o su un piedistallo, che al popolo di Dio facciano solo vedere me e non Gesù, aspettando inconsciamente di ricevere applausi e magari creando contrasti e fratture laceranti tra i fedeli; quando tutti quanti noi sacerdoti abbiamo come obiettivo di fondo della nostra esistenza consacrata quello di passare prima per la Porta, inevitabilmente cominceremo ad assomigliarci gli uni gli altri e sentiremo l’afflato fraterno, perché, attraverso la Porta, saremo stati tutti prima nella stessa Stanza Trinitaria, e avremo respirato la stessa Aria divina e sarà stato instillato nel nostro petto lo Stesso Cuore di pastore; quindi il don, Saverio o Pasquale che si chiami, importa poco: tutti portano al mondo l’Aria salubre di quella Unica Stanza che dona la Vita per sempre.

Carissimi e carissime, se adesso voi mi chiedereste cosa implorare dal Signore per la casa-Chiesa, io scriverei questo: che i pastori non vadano dal gregge mettendo il loro io in bella mostra (questo è vanità, ci sta dicendo papa Francesco), ma abbiano l’umiltà ed il coraggio di accogliere il duro e dolce discernimento che opera il passaggio nella Porta Gesù! A volte io immagino e soprattutto constato che la Porta è veramente stretta e tutte le volte che io mi presento “largo e pesante”, perché mi sono ingrassato, ingrossato, invaghito e ubriacato del mio io, avverto che per la Porta non passo! Prima sono chiamato a deporre tutto fuori, magari davanti al mio padre spirituale e così mi svuoto di me stesso, impoverendomi, ma lasciando che, dopo il passaggio stretto, la ricchezza delle Sorprese che troverò nella Stanza possa vestirmi ed io Le doni a chi mi è affidato. Ma per favore, adesso oso chiedervi di dire a noi sacerdoti con chiarezza cosa cercate: l’illuminato direttore dei lavori, il grande manager, l’esperto “tecnologico”? O niente altro che una povera creatura che somigli a Gesù? Egli certamente ci chiede anche di sapere coltivare ciò in noi. Infine ritorno laddove ho cominciato: mi sono ricordato stamane particolarmente di quella espressione di papa Francesco: la Chiesa è donna; non so se abbisogniamo di preti donna, ma di preti che guardano e imitano la Donna, certamente.

Don Luigi, pastore in fila per passare per la Porta

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3 maggio 2020, gregorio-de-stefano