UN MEDICO VISITA I SUOI PAZIENTI

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Carissimi fedeli,

l’immagine che più di ogni altra mi sta accompagnando in queste ore che precedono la liturgia del Natale è quella molto cara di un medico che con gioia e grande disponibilità corre “in fretta” nelle corsie di ospedale o nelle case, incontro agli ammalati, bisognosi con urgenza del suo aiuto e del suo soccorso. In realtà ad essere fedele ai testi della Liturgia di questi giorni della novena che ha preceduto il Natale, dovrei scrivere che il Medico sta andando incontro non a degli ammalati e neanche a dei moribondi, ma addirittura a dei morti e deve essere molto capace, per compiere l’opera straordinaria di farli resuscitare; a più riprese infatti le antifone dei giorni feriali prima di Natale, esaltando con svariate immagini l’opera del Cristo Redentore, Medico Celeste, l’hanno applicata a chi già giaceva nell’ombra della morte. I testi liturgici sono chiari, forti ed inequivocabili: chi giace nell’ombra della morte è l’uomo schiavo del peccato, incapace di respiro e di libertà interiore ed ha bisogno, urgentemente, di essere salvato, redento e risuscitato; Cristo Gesù, Medico Celeste, gli và incontro con amore, liberandolo dal suo Male: ecco la grandezza del Natale, ecco il significato che è sotteso alle feste di questi giorni santi, che il Signore ci concede, per Grazia, di vivere.

Carissimi e carissime, sappiamo però che un medico, pur essendo bravo e pronto a compiere opere e prodigi a vantaggio di chi è in condizioni gravissime, non può compiere nulla per chi non si rende conto del suo stato di malattia o per chi pensa che può risolvere le sue crisi rivolgendosi ad altri finti medici. Qui penso che possiamo ritrovare benissimo la condizione del cristiano di oggi; l’opera di questo Medico infatti sta continuando ancora, grazie alla Santa Chiesa di Dio, che dona a tutti la sua Misericordia infinita, ma ci chiediamo: il cristiano oggi è cosciente della gravità del peccato che porta alla morte e non altrove? Qualcun’altro ci illude che il peccato ci porta alla vita! Sappiamo, inoltre, che cosa la Parola di Dio intende per morte? E infine ci pensiamo al fatto che questa morte è grave e intristisce la nostra esistenza? Innanzitutto la morte che descrive la Parola è quella spirituale, intesa come la rottura dell’Amicizia con il Signore; si, carissimi e carissime, il peccato ci svuota del nostro vero tesoro interiore, ci fa diventare come gusci di noci senza contenuto di sostanza, ci deruba della realtà più bella che dentro di noi possiamo coltivare, conservare e custodire, che è vivere in Grazia di Dio: l’anima si bea e si trastulla della presenza interiore di Dio e dialoga nell’amore, vorrei scrivere, tra baci, sospiri e abbracci, continuamente con Lui; pur in mezzo ai mille travagli della vita cristiana, che non tolgono questo legame interiore di Amicizia, vera Gioia del nostro cuore, l’anima riposa in Dio, è stretta a Lui come lo possono essere due eterni innamorati, anche se non possediamo nulla, anche se gli altri ci maltrattano, anche se non godiamo di grande salute.

L’anima che ama Dio e lo vuole amare con tutte le forze e gli impeti del cuore, non vuole mai che Lui vada via, anche per un solo istante, Lo ama e Lo vuole tenere stretto a sé con tutte le sue forze  e non vuole perderLo, costi quel che costi, perché sa che è l’unico grande tesoro. Questa Amicizia è invidiata da “farfariello”, che in tutti i modi deve gettare sconquasso, deve porre rottura e separazione: tale nobile Amore dell’anima deve attraversare mille pericoli, è una barca sbattuta dalle onde di continue tentazioni e distrazioni, che rischiano di portarci via da Lui. Comprendiamo bene qui il valore della preghiera, fatta insieme, che ci rafforza nell’uomo interiore, perché possiamo resistere agli assalti del demonio e continuare ad “abbracciare” Gesù dentro il nostro animo. Il peccato, operato in materia grave, concepito e partorito con piena coscienza e deliberato consenso, porta a noi la morte, stato nel quale era l’uomo, quando il Medico Celeste, nel suo Natale, gli va incontro, per liberarlo da una condizione triste e penosa. Ma oggi che allo stesso modo l’uomo continua a cadere nel peccato, ho tanto l’impressione che egli non voglia prendere coscienza della sua condizione di morte dell’anima e continua ad andare avanti nelle sue attività, pensando che poi non è così grave, oppure che gli bastano altri sedicenti medici per essere guarito, oppure ancora che siccome sta tanto trascurando questa palestra, chiamata anima, dove avviene tale lotta e tale travaglio, ritiene di aver bisogno di curare una sola parte della sua persona, che è la mente, staccata da tutto il resto; e poi ci troviamo a sentire storie di guai che continuamente si compiono…

don Luigi, servitore vostro

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24 dicembre 2018, gregorio-de-stefano