UN RIGOGLIOSO ALBERO

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Carissimi fedeli,

ieri mattina, chiamando un mio collega, mi ha detto che stava nel suo campo per operare la potatura alla vigna, chiamata potatura “del mese di maggio”; chi è esperto tra noi, almeno un poco, della nobile arte del contadino, sa molto bene che gli alberi per portare frutti buoni e saporiti hanno bisogno in diversi mesi dell’anno di essere potati; il contadino, cioè, con molta sapienza e prudenza li libera di alcuni rami superflui, che potrebbero appesantire la pianta madre, impedendole, quasi per fatica eccessiva, di portare troppi frutti a maturazione.

Ebbene, carissimi e carissime, a me sembra tanto che anche Gesù faccia così con la Sua Chiesa e quindi anche con noi, Suo popolo di testimoni. Fuori di metafora, l’albero in questione potrebbe essere chiamato, perciò, l’albero della testimonianza, con l’abbondante fruttificazione di opere e parole di fedeltà, che Lui attende dai Suoi amici; ma come Saggio contadino Gesù sa bene che anche questo Suo albero deve essere un po’ sfrondato per portare frutti buoni ed allora con la predicazione di oggi comincia questa opera paziente e lungimirante. Il Suo albero deve esser alleggerito di quei rami che addirittura potrebbero costituire un gravissimo ostacolo alla crescita di fiori e di frutti un domani e cioè i rami della paura: allora inesorabilmente, dice Gesù, via questi rami da ognuno di noi, se vogliamo esser Suoi amici e se vogliamo portare bei frutti con opere di grande e coraggiosa testimonianza.

Egli taglia decisamente il ramo della paura legata alla mondanità e alle sue sicurezze; cerco, quindi, di declinarle: il non volere soffrire nulla per amore di Gesù o comunque per una giusta e appassionante causa, e il Regno dei cieli per noi tale è, oppure il desiderio di conservare pulita, comunque e sempre, la veste di immagine esterna, “come appariamo” agli altri, oppure la volontà di non essere mai messi in una condizione di solitudine e di abbandono, come può essere per esempio il carcere (pensiamo ai tanti martiri della fede che hanno accettato per Amore di Gesù anche questa condizione estrema), o ancora la sensazione di non essere considerati abbastanza dagli uomini, solo perché Suoi amici e con in testa le Sue strane idee, perciò relegati agli ultimi posti nella scala sociale della stima e della considerazione dei potenti di turno nel mondo; a tal proposito immaginiamo che farebbe sentire alta e forte la sua voce papa Francesco e ci direbbe che dobbiamo spogliarci del ramo della mondanità e seguire la logica del Vangelo, che non è legata ai criteri di giudizio di questo mondo.

Come abbiamo ascoltato chiaramente, l’opera del contadino Gesù è veramente paziente, perché in questa piccola sezione del Vangelo odierno più volte agisce per togliere dai nostri cuori i rami della paura, ben sapendo che possono essere molto forti e ci dona degli esempi stupendi, delle immagini meravigliose, ai limiti del possibile e dell’immaginabile: i vostri capelli sono tutti contati, oppure l’altra, voi valete più di molti passeri! Gesù, coraggiosamente, ci sta suggerendo all’orecchio del cuore che anche se gli uomini ci abbandonano o ci tolgono il saluto o ci collocano all’ultimo posto nella scala delle persone di cui hanno stima, perché per difendere Gesù e il Regno dei cieli abbiamo “colpevolmente” parlato e agito, senza vergogna e appunto senza paura, Qualcuno lassù, invece, ci sta guardando, ci sta amando, ci sta abbracciando, ci sta sostenendo, ci sta prendendo in braccio, ci sta incoraggiando, sta facendo il tifo per noi e ci sta dicendo, come a Paolo, coraggio, continua ad aver fede e a darmi testimonianza davanti agli uomini e anche davanti ai tribunali di questo mondo. Volesse il cielo questa Grazia per me! Il contadino quando pota non si pente mai, non torna indietro sui suoi passi, quasi volendo riparare ad un errore, così è Gesù con noi, Suoi amici, credenti, catechisti e catechiste: è deciso, questa è la strada per portare frutto, anche se si soffre e allora avanti con le potature; ma perché? Per i frutti. Allo stesso modo quindi Egli attende frutti da noi di testimonianza coraggiosa, l’albero della testimonianza deve essere rigoglioso ai suoi occhi e lo vuole pieno di fiori e di frutti, diversi, coloriti, maturi, saporiti, attraenti, belli e buoni; se si tolgono quei rami della paura verranno fuori sicuramente, il Contadino ne è certo e noi anche con Lui, seppur sentiamo in noi tutta la fatica di essere potati!

Però, a leggere bene il Vangelo, questo Sapientissimo Contadino un ramoscello della paura sembra che lo lasci: guarda un po’! Il ramoscello della paura verso colui che uccide l’anima; solo di lui noi credenti e seguaci del Divin Contadino siamo chiamati ad aver paura; il nemico degli uomini nella sua faretra possiede tante armi (fucili, coltelli, bombe a mano, ecc.) per far stramazzare a terra l’anima! Ma perché, don Luigi, l’anima vive e può morire? Perché nella Chiesa è ancora tempo di parlare di anima, che travolge anche il corpo con sé? E come può l’anima morire, quali sono le armi del demonio per uccidere l’anima? Simpaticamente potremmo ascoltare la canzone “Hanno ucciso l’uomo ragno, o R. Benigni nella prima parte del programma sui dieci Comandamenti! Provo allora ad elencarle: il veleno nocivo dell’apatia e dell’indifferenza, (e che me ne importa!), il coltello malefico di non aver più alti ideali, tensioni dello spirito, sguardi verso l’oltre e sogni per cui impegnarsi e sacrificarsi (basta a salute!), le bombe ad orologeria dell’irresponsabilità, dell’individualismo, dei cattivi esempi e del disimpegno (e chi mo fa fà!), prima smontano e poi distruggono tutte le luci belle che gli uomini accendono intorno a noi. A questo punto mi permettete “un fuori onda”: grazie Gesù, semplicemente perché ci hai parlato di anima e ci hai detto che tanti modi di dire e di fare uccidono l’anima, la parte più delicata e nobile della nostra bellissima persona!

Don Luigi, servo-albero, continuamente da potare, servo che fa vivere l’anima degli altri

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20 giugno 2020, gregorio-de-stefano